Una nuova, sconcertante, forma di comunicazione: la conferenza stampa di una Procura post mortem. Il documento dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria.
Mancava giusto una conferenza stampa "post mortem" di una Procura della Repubblica, a poche ore di distanza dal decesso (per suicidio) dell'indagato agli arresti domiciliari, il prof. Alberto Flores d'Arcais, per decretare il definitivo imbarbarimento di certi comportamenti della giustizia nelle sue incursioni nel settore della comunicazione.
Il codice penale prevede che la morte dell'imputato estingue il reato e, per conseguenza, il codice di procedura penale stabilisce l'immediata cessazione di ogni attività giudiziaria.
Da questo momento l'unico compito dell'autorità giudiziaria è quello di mandare gli atti in archivio.
Anche ogni ulteriore valutazione circa la fondatezza o meno dell'accusa è vietata e, se espressa, illegittima.
In violazione di questo divieto, la Procura della Repubblica di Busto Arsizio, "ex inquirente", è stata "generosa" di pronunciamenti sul fondamento della propria indagine.
È da chiedersi: per quale ragione?
L'unica plausibile è per giustificare il proprio operato a fronte della tragica risposta di chi era stato destinatario di quella iniziativa giudiziaria.
Di fronte a una così tragica risposta, anche per l’autorità giudiziaria si imporrebbe la regola del rispetto umano, cioè la pietas.
Che un'istituzione, contro le regole umane, ritenga che prevalgano le supposte ragioni di giustificazione del proprio operato, è cosa profondamente inquietante, anche perché attuata violando le prescrizioni di segretezza delle indagini giudiziarie.
In questo contesto spiace rilevare come ancora una volta l'informazione, salva qualche eccezione, abbia dato largo spazio alle "indiscrezioni" dirette a supportare la fondatezza di un'inchiesta giudiziaria tutta da verificare.
Insomma, nulla di nuovo sotto l'italico sole.
Roma, 7 settembre 2016
L’Osservatorio sull’informazione giudiziaria UCPI
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