31/08/2015
Legalità siciliana o legalità repubblicana?

Per la legalità repubblicana il difensore non è considerato un complice dell'imputato ma svolge una nobile funzione riconosciuta dalla Costituzione.

Un articolo comparso lo scorso 28 agosto sulle pagine palermitane di “Repubblica” suscita alcune riflessioni.
Il titolo riguarda una polemica tra il governatore Crocetta e Lucia Borsellino circa la presenza all’interno della Giunta della Regione Sicilia, a suo tempo, di un avvocato che la Borsellino non avrebbe voluto come assessore. Di qui la richiesta - riassunta nell’occhiello del brano giornalistico - avanzata al governatore della regione siciliana da Lucia Borsellino, al tempo in cui la stessa era assessore: “Non farmi sedere accanto al legale di un boss”.
Ora, senza minimamente entrare nei veleni che trapelano dal brano giornalistico, nei torti e nelle ragioni di Tizio o di Caio ovvero nelle vicende dei singoli personaggi di queste appassionanti storie, viene da chiedersi quale sia la nozione di legalità da cui scaturirebbe, appunto, quella “cultura della legalità” tanto sbandierata da ciascuno dei personaggi ed interpreti della vita politica siciliana.
Legalità è professione di antimafia di maniera come quella stigmatizzata da Sciascia nel lontano ottobre 1978 o è anche riconoscimento della cultura dello stato di diritto contro la cultura dello stato etico? E quindi, tra l’altro, nell’humus che contraddistingue queste polemiche, il ruolo e la funzione dell’avvocato sono indistinguibili dal background del suo cliente tanto da poter essere i due - legale e assistito - accomunati nello stesso disprezzo?
Siamo, con tutta evidenza, di fronte al solito deviante, grave e allarmante preconcetto sulla funzione difensiva, molto diffuso soprattutto tra chi non ha mai avuto a che fare con quella sinistra figura professionale dell'avvocato oppure tra chi è intriso di quella visione dello stato etico che si contrappone a quella liberaldemocratica.
Nel caso in commento, tra l’altro, la richiesta di cui all’articolo suscita ancora più amarezza poiché espressa da una persona che, oltre ad avere respirato aria di diritto sin dalla nascita, si appresta a ricoprire un importante incarico ministeriale per – si dice - la riaffermazione dei principi di legalità nella sanità pubblica. Lo sappiamo, sono ancora tanti quelli che vedono l'avvocato penalista come colui che rallenta i processi e difende i colpevoli per ottenerne l'impunità: insomma, un colluso con il proprio assistito. Se poi difende “un boss”, allora diventa un vero e proprio appestato, un minaccia per la società, fino al punto da non potergli “stare seduto accanto”.
Per l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria è significativo rilevare che tali questioni sono del tutto assenti nel dibattito dei mezzi di informazione. Ogni approfondimento critico è bandito, sulla scorta dei desiderata di un’opinione pubblica (mantenuta) diseducata e disinformata.
Viene allora da riflettere sulle contrapposte nozioni di legalità: quella, presunta, della cultura delle leggi speciali e del sospetto, del “fine che giustifica i mezzi” in sede giudiziaria, insomma quella del “tintinnare delle manette” di cui parlava Leonardo Sciascia e quella della legalità repubblicana, del rispetto delle regole, nell’ambito della quale – tra le altre cose- il difensore dell’imputato non è considerato un complice di quest’ultimo ma svolge una nobile funzione riconosciuta dalla Costituzione. Insomma, la legalità di Cesare Beccaria, la stessa che ritroviamo nel simbolo dell’Unione delle Camere Penali Italiane:”libertà legalità giustizia”.

L’Osservatorio informazione giudiziaria

Roma, 31 agosto 2015