21/02/2020
Un mondo migliore non è l'arena

L'Osservatorio sull'informazione giudiziaria sull'ennesima deriva mediatico-giudiziaria

“UN MONDO MIGLIORE” “NON E’ L’ARENA”

 

Il convegno organizzato con le Camere Penali di Roma, Milano e Napoli, sui rimedi alle distorsioni del processo mediatico, è stato un momento di incontro pieno di spunti e riflessioni.

Sul tavolo dei relatori si sono alternati a confronto magistrati, accademici, avvocati, giornalisti tra i più autorevoli, tutti spinti dallo stesso impulso alla ricerca di un “community code” in grado di consentire che l’accertamento della verità processuale avvenga nelle aule dei Tribunali, senza perniciosi condizionamenti determinati dalla gogna mediatica.

Tutti, pur rappresentando posizioni diverse, hanno fatto continuo richiamo a deontologia, rispetto di leggi e regole che dovrebbero ispirare la condotta non solo degli operatori del diritto, ma anche di chi svolge l’essenziale funzione dell’informazione.

La riflessione è nata dalla considerazione che chi si trova ad essere indagato, soprattutto in procedimenti di un certo interesse, subisce, ancor prima del processo, un giudizio parallelo fondato, il più delle volte se non sempre, su atti di indagine che spesso non potrebbero neppure essere divulgati e su tesi d’accusa incontrastate.

Si dibatte sul tema da tempo e vengono individuati, di volta in volta, rimedi e soluzioni che, però, all’evidenza non hanno sortito alcun effetto.

Eppure le leggi ci sono e basterebbe applicarle.

Senza elencare tediosamente norme note a tutti, basta citare il violatissimo articolo 114 bis del codice di procedura penale, che vieta la pubblicazione di immagini di persone private della libertà personale mentre le stesse si trovano sottoposte all’uso di manette ai polsi ovvero ad altro mezzo di coercizione fisica.

Ed ancora lo stesso articolo pone dei chiarissimi divieti alla pubblicazione di atti a seconda delle varie fasi processuali con l’intento, tra l’altro, di preservare la verginità cognitiva del giudice.

Da Tortora ad oggi nulla è tuttavia cambiato, nonostante le norme, ed allora bisogna chiedersi se, in realtà, non si sia refrattari ad accettare l’idea di un processo accusatorio rispondente ai canoni dell’art. 111 della Costituzione, tanto evocato quanto trascurato.

La Costituzione prevede che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura dell’accusa elevata a suo carico.

Si potrebbe continuare ancora rammentando gli articoli 6 e 8 della Cedu che rispettivamente impongono il diritto ad un processo equo e al rispetto della vita privata e famigliare.

Principi tutti asseritamente condivisi ma continuamente calpestati.

Proprio a causa della costante violazione di questi principi stessi è intervenuto anche il Csm con alcune linee guida: neppure questo è bastato.

Sia chiaro, l’intervento del CSM è solo la confessione della patologia del sistema: basterebbe il rispetto delle leggi, ma soprattutto un humus culturale comune che individuasse regole equilibrate tra il diritto alla riservatezza, la centralità del dibattimento e l’essenziale diritto-dovere di informare. Il tutto per garantire il rispetto della persona e della sua dignità.

E mentre continuiamo a discutere, leggiamo i quotidiani e guardiamo la televisione, constatando che il dibattito non arriva a scalfire prassi ormai consolidate quanto sbagliate.

Solo a titolo di esempio, nella puntata del 13 febbraio della trasmissione “ Non è l’arena”, abbiamo potuto vedere ancora una volta l’immagine dell’arresto di una persona - nel caso un avvocato- eseguito presso l’abitazione della stessa, alle quattro del mattino.

Non ci interessa in questo momento né la qualifica della persona ne il procedimento che la riguarda.

Ci interessa il fatto che un altro essere umano sia stata esposto alla gogna mediatica e ci chiediamo anche chi possa aver avvertito i giornalisti di quell’arresto avvenuto alle quattro del mattino.

Di certo non l’arrestata o i suoi familiari e neppure ci risulta che i giornalisti, anche se bravissimi, posseggano una sfera di cristallo o stazionino di notte fuori dalle abitazioni degli indagati.

La risposta alla domanda è ovvia, e così, se dobbiamo stigmatizzare ancora una volta la violazione delle regole poste anche a presidio della riservatezza e della dignità di una persona, dobbiamo dire con forza che le responsabilità maggiori vanno individuate soprattutto a monte.

E’ chiaro, infatti, che quei giornalisti non avrebbero ripreso nulla se qualcuno non li avesse informati.

Lo stesso vale per intercettazioni e notizie che dovrebbero rimanere riservate.

Il giornalista, purtroppo, se ha un a notizia generalmente la pubblica e può ritenersi tranquilizzato dal fatto che chi gli fornisce il documento o la notizia appartiene al circuito inquirente.

Questo è ciò che accade, se non si vuole ignorare la realtà, nella stragrande maggioranza dei casi nel corso delle indagini, quando il difensore non ha ancora atti e documenti e comunque alcun interesse a farne trapelare i contenuti.

Insomma è il solito serpente che si morde la coda.

Nessuno si scandalizza più, anzi ormai è tutto normale.

In fin dei conti quelle persone mostrate quando tratte in arresto sono sicuramente colpevoli, lo dicono le indagini e allora perché lamentarsi.

E’ bene che i colpevoli paghino senza processo: anzi un  processo c’è ed è quello parallelo, mediatico, dal quale non si viene mai assolti anche perché tutto sommato, come dice con verve comica il Dott. Davigo, in Italia non ci sono innocenti, ma solo colpevoli mancati.

E allora, suvvia, non scandalizziamoci più, visto che è normale vedere un giovane bendato nel corso di un fermo o un arrestato in ginocchio e così via.

Andiamo avanti sperando in un “mondo migliore” proprio come canta Vasco Rossi nella sigla della trasmissione “non è l’arena”.

Sperare non costa nulla, lavorare perché le cose cambino costa senz’altro di più e noi non abbiamo assolutamente intenzione di limitarci a sperare.

Roma, 21 febbraio 2020

L’Osservatorio Informazione Giudiziaria

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