01/12/2016
Tra capacita' d'intendere e volere e volonta' di comprendere!

Un malato d'Alzheimer prima di morire per decadimento fisico derivato dal concorso di diverse patologie cliniche, era stato in custodia cautelare in carcere per sei giorni.

Ha destato il consueto clamore la vicenda di Franco, il malato d' Alzheimer di Busto Garolfo (MI) che prima di morire, per decadimento fisico derivato dal concorso di diverse patologie cliniche, era stato oggetto di un provvedimento cautelare in carcere a seguito di un’ aggressione effettuata a carico della propria moglie.

Ha destato il nostro consueto stupore, non tanto apprendere, da notizie non smentite, che le invocate esigenze cautelari avrebbero trovato fondamento sulla asserita "abitualità delle condotte criminose" del cautelato, quanto venire a sapere che le condizioni mentali del prevenuto sarebbero state note al G.I.P. che, senza dare peso alla circostanza, affermava nella medesima ordinanza custodiale come le stesse fossero "gravemente compromesse in quanto egli è affetto da Alzheimer".

Ha destato immenso stupore il verificare, nella triste storia di Franco, la disapplicazione da parte del Giudice della cautela (in uno con il PM) del disposto dell'articolo 85 del Codice Penale: "Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se, al momento in cui lo ha commesso non era imputabile. È imputabile chi ha la capacità d'intendere e di volere."

È qui, secondo il nostro parere, che è stato compiuto il primo, ma vedremo purtroppo non il solo, errore da parte dell'autorità giudiziaria, che ha ignorato il dato clinico della malattia demenziale, la conseguente incapacità d'intendere e volere, la stessa (non) imputabilità di Franco.

Oltre alla capacità d'INTENDERE e di volere del prevenuto, ha fatto difetto, nel caso di Franco, la capacita di COMPRENDERE da parte del giudice che il carcere non poteva, né doveva, costituire il luogo di contenimento di un soggetto incapace d’intendere e di volere e – come avrebbe altresì accertato la successiva consulenza del PM – non "socialmente pericoloso".

Ecco il secondo, e forse più grave, errore che emerge dalla vicenda e che, ancora una volta, indica come per certa parte della magistratura la custodia in carcere costituisca la panacea di tutti i mali.

Lo andiamo denunciando da tanto tempo ma, nel caso di specie, con una nuova e più tremenda declinazione: carcere come gestione della malattia mentale, con buona pace dei principi affermati dalla recente riforma della materia che, oltre ad abolire gli OPG, ha stabilito, con la legge 81 del 2014, che non nella segregazione (per quanto nelle REMS, che sono strutture sanitarie sulla carta ben diverse dal carcere), ma nella presa in carico da parte dei Servizi di Psichiatria territoriale, deve sostanziarsi la risposta ai problemi di gestione del disagio mentale.

La malattia in carcere è, ad oggi, uno dei temi cruciali dell'impegno dell'osservatorio a garanzia del diritto alla salute dei detenuti, la storia di Franco ci impegna affinché tale diritto non sia calpestato.

Roma, 30 novembre 2016

L'Osservatorio Carcere UCPI