30/04/2026
Non accantonare le riforme garantiste

Dall’incontro di ieri tenuto presso il Ministero della Giustizia emerge come ANM voglia imporre in tema di giustizia un’agenda minimalista (efficienza e organici) dopo il referendum, accantonando le riforme garantiste del processo penale.  Silenzio su temi cruciali (diritto di difesa, misure cautelari, correntismo nel CSM). Occorre invece un rilancio delle riforme da parte del Parlamento. Il comunicato della Giunta

L’esordio del presidente dell’ANM, che dopo l’incontro con il Guardasigilli afferma che si è tornati “finalmente a trattare dei problemi veri che affliggono la giustizia”, appare come la dichiarazione del vincitore dello scontro referendario che archivia con sufficienza il programma di riforme dei partiti di maggioranza, liquidandolo come irrilevante. Non è solo una caduta di stile, è la pretesa di disegnare il perimetro del dibattito sulla giustizia dopo averlo occupato come soggetto politico nella campagna referendaria.

Nel merito, colpisce che, salvo il tema, reale e drammatico, delle carceri, cui peraltro il governo non è stato mai in grado di dare risposte concrete, l’incontro si sia concentrato su questioni non divisive, come il ritorno all’oralità nel processo civile e il tema, ovviamente da tutti condiviso, del necessario aumento del numero dei magistrati e in generale del personale addetto al funzionamento della giustizia. Emblematica, in tale quadro, la torsione dell’ufficio del processo, concepito come supporto qualificato all’attività giurisdizionale e oggi di fatto piegato a supplire alle carenze di organico amministrativo, tradendone la funzione originaria. Mentre scompare ogni riferimento alle riforme del processo penale. Scompaiono le prospettive riformatrici che il ministro aveva affidato alla commissione di studio per la riforma del codice di procedura penale presieduta con equilibrio e competenza dall’attuale capo di gabinetto, dottor Mura. Spariscono tutti i temi centrali, dalle garanzie nella fase cautelare all’effettività del diritto di difesa, dalla tutela della libertà personale e delle comunicazioni fino alla qualità del contraddittorio. Del tutto dimenticato il tema della mancata attuazione di un processo penale telematico che sia rispettoso della funzione dell’avvocato e dell’esercizio del diritto di difesa.

Assoluto il silenzio sui problemi dell’ordinamento giudiziario emersi nel dibattito pubblico durante la campagna referendaria. La scarsa incisività della responsabilità disciplinare e la conclamata ineffettività delle valutazioni di professionalità dei magistrati. Per non parlare delle dinamiche che governano l’attribuzione degli incarichi direttivi e semidirettivi, che continuano a mostrare con tutta evidenza profonde criticità. Lo dimostra quanto accaduto ieri al Consiglio Superiore della Magistratura in relazione all’attribuzione dell’incarico di procuratore aggiunto presso la Procura Nazionale Antimafia. Il dottor Andrea Mirenda, componente togato del CSM, con riferimento alle scelte operate ha sottolineato come rimanga immutata la “voracità correntizia”, con contrapposizioni che nulla hanno a che vedere con una sana e trasparente comparazione dei titoli.

Prevedibile che la ANM intendesse disegnare il perimetro del confronto, limitandolo sostanzialmente al tema dell’efficienza, allontanando ogni prospettiva riformatrice, soprattutto se rivolta a sanare le ragioni della profonda crisi che attraversa la credibilità della magistratura. Ciò che desta preoccupazione è che il Ministro della Giustizia possa immaginare di adeguarsi a questa agenda. Per ragioni di coerenza politica dovrebbe dare conto dei motivi per cui solo ieri riteneva necessario riformare il codice di procedura penale nel solco del modello liberale introdotto nel 1988, tanto da istituire una commissione di studio dedicata, e oggi, fallita la riforma costituzionale, abbandoni proprio quella prospettiva che diventa ancor più necessaria. Se davvero, come sostenuto dai detrattori della riforma costituzionale, le garanzie risiedono nelle regole del processo e non nell’assetto ordinamentale, non si comprende perché si scelga di accantonare interventi ormai maturi, offrendo l’immagine di una rinuncia politica e di una preoccupante sudditanza, quasi che l’esito referendario abbia consegnato la giustizia all’improprio governo di una “democrazia giudiziaria”.

Tutto ciò accade mentre si colgono fortunatamente segnali di segno esattamente opposto provenienti dal Parlamento, ove si registrano iniziative assunte da autorevoli esponenti della maggioranza, l’Onorevole Enrico Costa e la Senatrice Stefania Craxi, cui ha fatto eco la Senatrice Giulia Bongiorno, volte a riavviare il confronto sui disegni di legge a contenuto garantista, rivendicando la bontà del programma di riforme presentato agli elettori e la centralità del Parlamento e dunque della politica, rispetto alla pretesa egemonica della magistratura associata. L’Unione delle Camere Penali continuerà con determinazione a svolgere il proprio ruolo di tutela dei principi costituzionali del giusto processo e del diritto di difesa confidando che tali percorsi riformatori vengano portati a compimento.

Roma, 30 aprile 2026
La Giunta

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