Quando uno Stato abbandona la strada del diritto per imboccare quella del delitto, il passo dalla civiltà alla barbarie diventa sempre più breve. Il documento della Giunta e dell'Osservatorio Carcere UCPI
“L'esperienza di tutti i secoli prova che la pena della morte non ha giammai resa migliore una nazione” (1767, Caterina II di Russia)
Quando uno Stato abbandona la strada del diritto per imboccare quella del delitto, il passo dalla civiltà alla barbarie diventa sempre più breve.
Un po’ quello che sta accadendo con la decisione presa, di recente, dal parlamento israeliano di adottare, in maniera selettiva, l’uso della pena di morte da parte dei tribunali militari verso i palestinesi accusati di atti di terrorismo contro Israele.
«La pena di morte non è un diritto, ma è una guerra della nazione contro un suo cittadino», così scriveva Cesare Beccaria in “Dei delitti e delle Pene”.
Oggi, ancora una volta, assistiamo al prevalere della logica della violenza e della vendetta, contraddicendo, così, ogni accettabile legittimazione del diritto di punire, mentre si calpesta la vita e il naturale diritto alla vita.
E se ad abbracciare la strada della pena di morte, quale strumento di contrasto allo scontro tra popoli, diventa l’unico avamposto occidentale in Medio Oriente, quale è Israele, il rischio di un progressivo smottamento dello Stato di diritto risalta enormemente.
Era dal 1962 che in quei luoghi, benché mai abolita, la pena per morte si trovava in sospensione. L’ultima esecuzione capitale è stata quella del criminale nazista Adolf Eichmann il cui processo è stato effigiato nel libro la “Banalità del Male” di Hanna Arendt.
Oggi, cancellata ogni tragica memoria, la si intende riproporre nei confronti di migliaia di palestinesi condannati dai tribunali militari anche attraverso il ricorso a confessioni ottenute con “pressioni e torture”.
Siamo dinanzi alla palese violazione della IV Convenzione di Ginevra sulla protezione delle persone civili in tempo di guerra, nonché delle garanzie di un giusto processo.
Siamo dinanzi ad una inaccettabile sovrapposizione degli esiti tra le scelte di uno Stato democratico e quelle proprie di una teocrazia.
Mai come oggi avvertiamo un forte richiamo collettivo al rispetto della moratoria della pena di morte sottoscritta proprio da Israele, assieme ad altri 131 Stati, alla fine del 2024 in una specifica risoluzione ONU.
Roma, 03 aprile 2026
La Giunta
L’Osservatorio Carcere
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