15/02/2025
La singolare tesi del dott. Ardita sul carcere
Disagi, rivolte e suicidi nelle carceri secondo il dott. Ardita sono determinati dal controllo dei penitenziari da parte dei mafiosi. Tale tesi è smentita da dati incontestabili. Il documento della Giunta e dell’Osservatorio Carcere.
Sul “Corriere della Sera” è apparsa un’intervista al Procuratore Aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, sui recenti arresti disposti dall’AG di Palermo, rilanciati dai media in ragione della notizia di indebito utilizzo di telefonini all’interno del carcere da parte di qualche detenuto.
Pur astenendoci da ogni considerazione in merito, oggetto di valutazione nella sede procedimentale più opportuna, riteniamo doveroso intervenire, in una sorta di contraddittorio a distanza, su alcuni passaggi dell’intervista.
In alcune risposte del magistrato siciliano, noto per le sue esperienze di pubblico ministero, ma anche per la sua passata presenza al DAP, si leggono affermazioni, a dir poco, singolari.
«Col pretesto del sovraffollamento delle carceri si è deciso di aprire le celle dei mafiosi, il che consente ai più pericolosi di circolare e di assumere il controllo dei penitenziari, provocando peraltro la mattanza dei diritti dei reclusi più deboli. Lo attesta l’impennata di reati, atti di autolesionismo e suicidi: un cedimento alla sicurezza e al benessere con l’alibi della tutela dei diritti dei detenuti»
E ancora, «…la scelta è consacrata in circolari ministeriali e singole disposizioni che si pongono in rapporto di causa ed effetto con le migliaia di reati, aggressioni, rivolte consumate negli ultimi anni e col governo delle carceri ormai condizionato dagli interessi mafiosi.»
Ci riesce, quindi, difficile far finta di nulla rispetto alle suddette affermazioni, anche perché, oltre a non essere suffragate, come troppo spesso accade, da dati certi, esse finiscono per alimentare una pericolosa disinformazione dell’opinione pubblica, indotta, così, a coltivare logiche di estrema inciviltà, condensate nelle aberranti frasi del “gettare la chiave”, del “marcire in carcere” o, come avvenuto di recente, ad opera di un sottosegretario alquanto eccentrico, del “togliere il respiro ai detenuti”.
Vediamoli, allora, questi dati che, in realtà, dimostrano la fallacia delle frasi del dott. Ardita.
Celle aperte dei mafiosi
Il regime delle celle aperte era stato introdotto da una circolare del DAP del 23 ottobre 2015 e riguardava solo ed esclusivamente i circuiti detentivi di Media Sicurezza e non certo quello in cui si trovano detenuti, ritenuti appartenenti a sodalizi mafiosi, denominato Alta Sicurezza.
Nella Media Sicurezza, infatti, si trovano i detenuti c.d. comuni, che rappresentano più del 70% della popolazione in carcere, in sezioni gravate da un elevato tasso di affollamento, con punte del 200%, e da paurosi deficit strutturali.
È stata una delle risposte governative alla condanna dell’Italia da parte della CEDU, con la sentenza Torreggiani, per il trattamento disumano e degradante a cui sono sottoposti i detenuti nelle galere del Bel Paese.
Purtroppo, il Covid ha riportato indietro le lancette dell’orologio penitenziario, con la chiusura, nel 2020, delle celle per ovvi motivi sanitari. Eppure, nonostante il superamento dell’emergenza sanitaria, il DAP, con una circolare del 2022, fortemente contestata dall’Unione Camere Penali Italiane, dalle associazioni di volontariato e dai cappellani delle carceri, nel nome di un “superamento del dualismo tra custodia aperta e custodia chiusa” ha, di fatto, comportato un diffuso ritorno alle celle chiuse.
In ogni caso, al di là di contrapposte visioni sulle modalità di svolgimento della detenzione, nessuno può smentire dati incontestabili.
Negli anni 2013-2017, il numero di aggressioni verso gli agenti di polizia penitenziaria erano pari a 2.250, una media quindi di 450 aggressioni l’anno.
Per carità, eventi comunque gravi, anche se ben al di sotto delle spaventose medie degli anni del ritorno al regime chiuso.
Solo nel 2023 si sono registrati 1.760 aggressioni, mentre nel 2024 il picco è stato di 2.154. D’altro canto, proprio un’indagine condotta da Antigone negli anni passati aveva avuto modo di riscontrare il calo di attriti tra detenuti e polizia penitenziaria con l’avvento della circolare delle c.d. celle aperte che, meglio ribadirlo, non ha riguardato le sezioni Alta Sorveglianza delle carceri in cui si trovano i detenuti per reati di mafia o comunque di criminalità organizzata.
Rivolte
Quanto alle rivolte, il pensiero corre velocemente alla pagina più buia delle carceri italiane. Come ricorderanno i più, in concomitanza con la esplosione della pandemia da Covid 19, tra il 7 e il 17 marzo 2020, 7.517 detenuti, in circa 57 istituti penitenziari, sono stati coinvolti in violente proteste e disordini, all’esito delle quali si sono contati ben 13 cadaveri tra i detenuti (3 a Rieti, 1 a Bologna, 5 a Modena, altri 4 trasferiti da Modena e deceduti ad Ascoli, Alessandria, Parma e Verona).
Una mattanza che ha visto coinvolti, dappertutto, i circuiti ed i detenuti di media sicurezza.
Nell’immediatezza dei tragici eventi, tutti gli italiani, confinati per la pandemia nelle proprie abitazioni, sono stati investiti da un ritornello magico e suadente, strombazzato da alcune famose star della televisione, benché di professione Pubblici Ministeri. Quelle rivolte erano state manovrate e pilotate dalla criminalità mafiosa, specie quella ‘ndranghetistica.
Un ritornello che, nei fatti, ha strozzato in gola e soffocato l’indignazione degli italiani per quanto stava avvenendo nelle carceri, abbandonate, in pieno covid, dalle istituzioni. Come dire, quando c’è di mezzo la mafia, nessuna indignazione può esistere per un numero così alto di detenuti morti in occasione dei gravi disordini.
Per individuare un numero concomitante, così elevato, di morti in carcere per fatti violenti dovremmo riandare ai giorni burrascosi della caduta del fascismo.
Finalmente, dopo una serrata inchiesta svolta dalla Commissione nominata dall’allora Ministro della Giustizia, Marta Cartabia, guidata dall’ex Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta, Sergio Lari, si è disvelato, senza grancassa mediatica, il grande inganno.
Le rivolte del marzo 2020 erano state determinate dall’incrocio di diversi fattori quali «la reazione dei detenuti per l’annunciata sospensione dei colloqui in presenza con i familiari», «la paura di essere contagiati dal virus, alimentata dal sovraffollamento, dall’informazione allarmistica sulla pandemia, dall’insufficiente sensibilizzazione sulle misure sanitarie da adottare»
Determinante, quindi, per la Commissione «l’insoddisfazione per un regime di vita poco dignitoso ed il diffuso sentimento di abbandono da parte delle istituzioni avvertito dalla popolazione detenuta». Così si legge nella relazione di indagine.
Nessuna traccia, poi, di manovre, regia o strumentalizzazioni da parte di ‘ndrangheta e mafia, sia perché le rivolte non hanno riguardato le sezioni di Alta Sicurezza, sia perché quei detenuti non hanno partecipato alle stesse. Addirittura, in diversi casi, i detenuti del settore AS, benché sollecitati ad intervenire, non hanno partecipato alle rivolte o addirittura hanno tentato di far rientrare i disordini.
Per non parlare delle attuali rivolte e disordini che riguardano quasi sempre settori di Media Sicurezza.
Suicidi
Veniamo ai suicidi in carcere. Affermare che l’impennata dei suicidi sia il segno di occupazione prepotente delle carceri da parte della criminalità mafiosa, a discapito dei diritti dei detenuti, appare smentita dall’analisi delle statistiche ufficiali.
La rilevazione analitica fornita dal Garante Nazionale delle persone private della libertà personale ha segnalato come l’80% dei suicidi in carcere nel 2024 si sono verificati in circuiti e sezioni penitenziarie a celle chiuse o isolate, il 95% circa in istituti con elevati indici di sovraffollamento, in molti di essi non vi sono detenuti in Alta Sicurezza.
Ancora, proprio in concomitanza con la cancellazione della circolare sul regime aperto per la Media Sicurezza si è registrata una paurosa impennata dei sucidi fra i detenuti. La media dal 1992 al 2021 era di 52,6 suicidi per anno. Dal 2022 al 2024 si è arrivati ad un picco medio di 80 suicidi per anno.
Su una cosa, tuttavia, ci troviamo in pieno accordo con il dott. Ardita: sull’assoluta incapacità di gestione del settore penitenziario e sul fallimento delle politiche praticate negli anni da tutti i governi, a prescindere dal colore, per il carcere.
Non a caso da tempo sosteniamo l’assoluta urgenza di rivedere gli assetti istituzionali del DAP, troppo spesso appannaggio di magistrati fuori ruolo, specie del pubblico ministero, per affidarne la gestione a manager di alto profilo in grado di far camminare sulle proprie gambe la più grande azienda di Stato, realizzando, così, in pieno, il dettato costituzionale del reinserimento sociale, anche produttivo, dei detenuti.
Roma, 15 febbraio 2025
La Giunta
L’Osservatorio carcere
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Nota del 15.02.2025 Scarica

