19/07/2024
La deriva illiberale della disinformazione genera rabbia, rancore e voglia di vendetta e una pericolosa deriva antidemocratica

Troppo spesso alcuni organi di stampa travalicano nell’ambito della cronaca giudiziaria i limiti di una corretta e doverosa informazione. È ciò che purtroppo è avvenuto, ancora una volta, in occasione della sostituzione della custodia in carcere con la misura degli arresti domiciliari per un imputato, sottoposto ad un processo non ancora conclusosi con sentenza definitiva, che ha già trascorso ben cinque anni di custodia cautelare in carcere. Il documento degli osservatori Carcere e Informazione giudiziaria

Abbiamo sempre immaginato e preteso che i media svolgessero quella ineliminabile funzione di controllo all’interno di una comunità che aspiri ad essere democratica a tutela dei diritti del cittadino dinanzi alle prevaricazioni del potere. Specie nel campo della giustizia che, come afferma l’art. 101 Cost., è appunto amministrata in nome del popolo.

Accade, tuttavia, troppo spesso che organi di stampa, travalichino nell’ambito della cronaca giudiziaria i limiti di una corretta e doverosa informazione, sollecitano i sentimenti viscerali più profondi della comunità, rischiando di alimentare una pericolosa deriva illiberale.

È ciò che purtroppo è avvenuto, ancora una volta, in occasione della sostituzione della custodia in carcere con la misura degli arresti domiciliari, con applicazione di dispositivo elettronico di controllo, a Natale Hjorth Gabriel, uno dei due ragazzi statunitensi accusati, per l’uccisione del Vicebrigadiere dei Carabinieri Mario Cerciello, avvenuto nel luglio 2019 a Roma.

Si tratta, dunque, di un imputato, sottoposto ad un processo non ancora conclusosi con sentenza definitiva, che ha già trascorso ben cinque anni di custodia cautelare in carcere, che, dopo l’annullamento delle precedenti condanne da parte della Corte di Cassazione, ha visto la sua pena dimezzata, avendo la Corte d’Assise d’Appello di Roma, ridimensionato il suo ruolo nella condotta criminosa, ritenendo a suo carico l’ipotesi del concorso anomalo e dunque una responsabilità nell’omicidio di natura meramente colposa.

In barba alla presunzione di non colpevolezza, la prosecuzione della detenzione, disposta dal giudice di appello, con un dispositivo elettronico di controllo, presso l’unico domicilio in Italia, quello dei nonni, è divenuta, per alcuni quotidiani, una straordinaria occasione ed un pretesto per sollecitare nel pubblico sentimenti di rabbia, di rancore e di vendetta come si trattasse di un crimine impunito. Sentimenti evidentemente alimentati dalla disinformazione circa le reali dinamiche processuali, che hanno caratterizzato un caso così controverso e che ha offerto pagine poco edificanti, dinanzi al mondo intero.

Natale Hjorth è infatti quel giovane la cui immagine ha fatto il giro del mondo, fotografato all’interno di una caserma dei carabinieri (in Italia, dunque, e non nella lontana Ungheria), in attesa di essere interrogato dai PM, bendato e legato con le mani dietro la schiena, ridotto ad uno stato di afflizione e di umiliazione fisica e psicologica che, secondo le convenzioni internazionali e la nostra stessa Costituzione, costituisce una forma di tortura.

Leggere, allora, su alcuni quotidiani nazionali titoli come “Il killer del carabiniere va ai domiciliari al mare” o ancora “Uno dei killer di Cerciello ai domiciliari a Fregene. La vedova: sconvolta” e infine “Cerciello: un killer ai domiciliari. La moglie: giustizia al contrario” non ci sembra per nulla un servizio di pubblica e corretta informazione.

Come ben sappiamo e non finiremo mai di ripetere, una copertura mediatica di questo genere, orientata in senso giustizialista verso il giudizio sommario, disinteressata del tutto alla comprensione dei fatti e del relativo giudizio, può esercitare una pressione indebita sui giudici, anche compromettendo la loro indipendenza e imparzialità.

I media hanno un ruolo fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica. Una narrazione sensazionalistica e parziale può distorcere la percezione dei cittadini, portandoli a credere che il sistema giudiziario sia inefficace o ingiusto, generando sfiducia nelle istituzioni e promuovendo sentimenti di vendetta piuttosto che di giustizia.

Infine, ma non per ultimo, la pressione mediatica e la reazione emotiva dell’opinione pubblica possono spingere il legislatore, già ben orientato a inseguire la pancia del Paese, a introdurre riforme affrettate e populiste, lontane dalla razionalità, che spesso ledono o mettono in pericolo i diritti fondamentali e le garanzie processuali a tutela dei cittadini.

La discussione pubblica e la copertura mediatica dei casi giudiziari rispettino il principio della presunzione di innocenza e promuovano una cultura giuridica basata sulla conoscenza dei fatti e sul diritto, contribuendo ad una discussione ponderata, equilibrata e rispettosa dei principi fondamentali della giustizia penale.

E proprio a tal proposito, vi è da chiedersi perché, non viene opportunamente denunciata dai media la tragedia umanitaria che sta attraversando le carceri italiane, sovraffollate oltre ogni limite di tolleranza umana e con un numero di suicidi così elevato e destinato ad aumentare, giorno dopo giorno, che rischia di condurre il nostro Paese verso un drammatico record negativo nonché verso l’ennesima condanna in ambito europeo.

Questi sì che sono dati veri, oggettivi e preoccupanti sullo stato della giustizia italiana, che dovrebbero fare notizia, suscitare clamore ed indignazione, esigendo una franca discussione pubblica, piuttosto che la semplice modifica del regime cautelare di un cittadino in attesa di giudizio.

Roma, 19 luglio 2024

L'Osservatorio Carcere

L'Osservatorio Informazione, Media e Processo penale