14/08/2018
Lettera aperta al Ministro della Giustizia

La lettera aperta al Ministro della Giustizia, On. Alfonso Bonafede, del Presidente e del Segretario dell'Unione, pubblicata oggi su Il Dubbio.

Caro Ministro,
se è vero che, come da Lei affermato nel corso del nostro primo incontro ufficiale, l’interlocuzione con gli operatori del diritto sarà posta al centro della Sua azione di Governo, pensiamo che anche una lettera aperta possa costituire un contributo utile allo scopo di alimentare quel dialogo. Non crediamo sia necessario, in questa sede, ricordare il nostro disaccordo per tutte quelle che sono le linee di riforma indicate nel “contratto” di governo. Gli aumenti delle pene, l’ampliamento dell’utilizzo dello strumento intercettativo, l’eliminazione dei regimi differenziati a favore dei minori e dei giovani adulti, l’irrigidimento del 41 bis, il ripensamento di tutte le politiche deflattive in campo processuale, dalle depenalizzazioni alla messa alla prova, dalla esclusione del rito abbreviato alla eliminazione della tenue entità del fatto, costituiscono, infatti, una pericolosa involuzione dell’intero sistema penale. Non si tratta solo di una posizione ideologica e culturale, fondata sulla condivisione di valori costituzionali e convenzionali, ma anche di considerazioni di ordine empirico che tengono in conto il profilo della concreta efficienza e della complessiva razionalità della macchina della giustizia. 
Ma per restare all’idea del confronto produttivo, crediamo sia meglio muovere dalle Sue stesse considerazioni. Partiamo con qualche esempio. Lei dice che quando la gente Le chiede spiegazioni su come sia possibile che anche reati gravi finiscano in prescrizione, Lei non sa cosa rispondere. Potremmo suggerire in proposito molti argomenti e citare fonti autorevoli, a partire da Giustiniano in poi. Ma non è questo il punto. Trattandosi di dare risposte concrete e non di offrire giustificazioni teoriche, per quanto autorevoli esse siano, sembra opportuno restare ai fatti. E il fatto è che negli altri paesi europei, sia di common che di civil law, il “problema prescrizione” non esiste semplicemente perché, sia pure con le evidenti differenze connesse ai diversi modelli e sistemi, i processi si celebrano comunque in tempi ragionevoli. Nel nostro Paese i termini di prescrizione per i reati più gravi sono all’incirca ventennali. E Lei sa bene che oltre il 60% dei reati si prescrive nella fase delle indagini preliminari, prima ancora che il processo inizi, quando ogni potere dispositivo sta nelle mani dei pubblici ministeri. Fermare il decorso della prescrizione dopo il primo grado non solo non risolverebbe il problema, ma significherebbe anche mortificare il sistema delle impugnazioni. Un cittadino, imputato o vittima di un reato che sia, amministrato o amministratore, ha diritto di sapere in tempi ragionevolmente rapidi se dovrà scontare una pena o se avrà diritto ad un risarcimento, o di sapere se il proprio Sindaco era stato corrotto o se l’impianto industriale nel quale lavora dovrà essere confiscato. Bloccata la prescrizione al primo grado si consegna, infatti, il processo ad una sorta di “limbo” che pregiudica tanto gli interessi dei singoli quanto quelli della collettività. Nelle condizioni date, una simile riforma renderebbe il processo sostanzialmente “eterno” e ne deformerebbe in profondità i già precari equilibri. Se al tempo stesso si intendesse abolire i meccanismi deflattivi che incoraggiano i comportamenti positivi dell’autore dell’illecito e limitare in particolare l’applicazione del rito abbreviato, solo per poter offrire al pubblico il trofeo di inutili “pene esemplari”, ciò significherebbe addossare costi insostenibili alla macchina della giustizia, con conseguente ulteriore allungamento dei tempi processuali proprio con riferimento ai fatti di maggiore rilievo, al di fuori di ogni sensato equilibrio di costi e benefici.
Lei dice, ancora, che la riforma penitenziaria va “buttata a mare” perché in materia di esecuzione penale e di carcere la gente chiede “certezza della pena”. Ed ha portato ad esempio la liberazione anticipata “speciale” del governo Orlando, che ha fatto uscire detenuti al di fuori di ogni criterio di rieducazione e di reinserimento. Lei dice che allora sarebbe stato meglio fare un condono. Su questo siamo d’accordo. Ci siamo battuti a lungo per un provvedimento di clemenza collettivo da adottarsi contro una condizione di illegalità che governa ormai da tempo la condizione carceraria e nella quale, a cinque anni dalla sentenza Torreggiani, abbiamo raggiunto il record nel numero dei suicidi. Ma quello, che piaccia o no, era un intervento emergenziale “svuotacarceri” e non è su questi esempi patologici che si può giudicare il sistema. D’altronde Lei stesso ribadisce di credere fermamente nel fine rieducativo della pena, ma che le misure alternative devono essere applicate solo a chi veramente le merita. Non ci pare che la riforma muovesse da presupposti diversi. Potenziava gli strumenti rieducativi personalizzanti e quelli conoscitivi del magistrato, premiando proprio la meritevolezza a scapito di inutili e dannosi automatismi ostativi che impediscono a chi appunto lo merita di accedere a regimi extramurari più utili alla risocializzazione del condannato. Lei ci ha detto ancora che non riesce a spiegare a chi glielo chiede come mai una persona condannata a quattro anni debba vedere l’esecuzione di quella pena sospesa. Il termine di quattro anni non è un termine tirato a casaccio, quel limite, in ambito internazionale (ONU), definisce i reati meno gravi. Sospendere una esecuzione non significa evitare la pena, ma solo far valutare al magistrato, prima che il condannato entri inutilmente in carcere, se questi sia meritevole di scontare la pena in maniera alternativa. Perché, signor Ministro, condividere e alimentare retoricamente questi interrogativi? Sa bene, infatti, da quali culture certamente diverse dalla Sua viene l’idea che il carcere sia una medicina balsamica, che mura e chiavistelli favoriscano il reinserimento e riducano la recidiva, che il lavoro del condannato non debba essere uno strumento di promozione morale dell’individuo ma di punizione (o magari anche di pubblica gogna). Nonostante si apprenda di una Sua “prudentissima apertura”, resta una incomprensibile diffidenza per quello che allo stato appare l’unico sistema compatibile, non solo con l’art. 27 della Costituzione che Lei continua ad evocare con convinzione, ma anche l’unico aderente alle evidenze disponibili che l’esperienza e le scienze sociali più avanzate ci offrono. 
Insomma, forse basterebbe spiegare a chi Le sta attorno che la giustizia nel suo complesso è una cosa seria che mal si adatta a slogan e a facili demagogie. Il che implica evidentemente uno sforzo politico diverso, ed una educazione ed una adesione profonda della intera società alla costruzione di una giustizia moderna e di quei difficili equilibri che la compongono e la sostengono. Lavorare, invece, per allontanare la collettività dal processo, descrivendolo come una sentina di irragionevolezze e di vanità, non giova né al processo né agli interessi dei cittadini. Crediamo che sia quella la strada da seguire se davvero si ritiene che la tutela dei diritti e delle garanzie dell’imputato e del condannato non sia affatto in conflitto con gli interessi che si intendono tutelare. Apprendiamo pertanto con favore della Sua dichiarata intenzione di rivedere integralmente la riforma sulle intercettazioni, da noi fortemente osteggiata, convenendo con la necessità di tutelare pienamente il diritto di difesa e la funzione difensiva, con specifico riferimento alla tutela delle comunicazioni fra assistito e difensore. Ma siamo, tuttavia, anche convinti che la tutela della riservatezza delle comunicazioni non probatoriamente rilevanti vada comunque perseguita e che quelli del “bavaglio” ai danni dell’informazione e del “regalo” alla politica siano solo slogan che generano confusione e nuocciono al dialogo costruttivo. 
Ci sarebbe piaciuto ascoltare parole più chiare e più coraggiose in materia di legittima difesa, ma rispettiamo anche qui il Suo non facile ruolo e ci proponiamo di dare, come sempre, il nostro contributo rinviando alle tante cose che abbiamo detto e scritto anche nelle Commissioni parlamentari in questi anni. 
Ha concluso dicendoci che tutti si aspettavano che Lei nominasse alcuni noti magistrati chiamandoli nei ruoli direttivi di Sua competenza, e che ha invece sorpreso tutti operando scelte esclusivamente fondate sul merito, che dimostrano la Sua equidistanza dalle parti in gioco. Scelte del cui merito non discutiamo, ma pur sempre di magistrati. Nessuna legge stabilisce che gli uffici del Ministero siano presidiati da giudici e da pubblici ministeri, ma Lei, pur appartenendo al governo del cambiamento, non ha inteso modificare l’usanza. È probabile che quella Sua affermazione di non appartenere al “partito dei magistrati” sarebbe risultata più credibile se avesse optato per un effettivo “cambiamento” di stile, chiamando agli uffici direttivi anche qualche avvocato e contribuendo così a quella necessaria “areazione” delle culture che giova al rinnovamento degli abiti mentali. D’altronde la reale indipendenza la si apprezza, a prescindere delle parole, dai fatti. E se il contratto di governo anche da Lei sottoscritto è un “fatto”, va da sé che esso evochi in gran parte proprio quella cultura giudiziaria fatta propria da quei magistrati che Lei ha ritenuto di non chiamare al Suo Ministero. È proprio qui che occorre allora interrogarsi sul modo in cui è nata questa cultura giudiziaria, troppo spesso fondata sulla diffusione di slogan ad effetto, e semplificazioni che creano fra processo e cittadino un solco sempre più profondo, che a sua volta determina un fraintendimento pericoloso per cui il fare giustizia è solo condannare e il condannare è solo far scontare pene. Che, infine, il processo penale sia una burla ai danni dell’onesto cittadino, che i diritti e le garanzie siano solo espedienti per farla franca, ci pare vengano proprio da quel contesto di “pensiero”. La giustizia è invece un rimedio complicato, come Lei certamente ha dimostrato di sapere, il cui compimento necessita di una coralità che nel tempo si è andata perdendo. Il problema della diffidenza nei confronti della giustizia che è cresciuta in questi anni nella collettività è un problema reale, da affrontare certamente, al quale, tuttavia, si sta dando una risposta sbagliata. Sull’onda pericolosa e distruttiva di coloro che, nelle università ed in certe correnti della magistratura, hanno tuonato contro gli idoli passatisti dell’illuminismo e del principio di legalità, si è andata costruendo un’idea di giustizia ready made, le cui semplificazioni rischiano di creare una Babele comunicativa ancora più pericolosa, che sostituisce ai diritti gli appetiti, agli interessi le pulsioni individuali, alle aspettative sociali il risentimento. Ma se poniamo invece la ragione e la paziente osservazione della realtà al centro delle nostre comuni riflessioni, riusciremo forse a convenire che non sempre la risposta più facile è anche la più giusta e che la politica accattivante del segno “meno” davanti alle riforme, nelle cose della giustizia, non sempre dà risultati positivi. Se si toglie il pezzo sbagliato la macchina si potrebbe inceppare. La politica è insomma tale se governa i sentimenti e non se ne lascia semplicemente governare. Ed è tanto più apprezzabile quella politica che, prima di affermare di non saper rispondere alle domande di chi ha il dovere di amministrare, prova a guardarsi intorno alla ricerca delle tante possibili risposte che le risorse intellettuali e professionali di questo Paese ancora fortunatamente ci offrono.                       

Cordiali saluti.


Roma, 14 agosto 2018

Beniamino Migliucci
Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane


Francesco Petrelli
Segretario dell’Unione delle Camere Penali Italiane