03/08/2018
Il governo infligge un colpo al cuore della riforma dell’ordinamento penitenziario

La delega non trova completa attuazione soprattutto nella parte complessivamente volta alla facilitazione dell’accesso alle misure alternative e alla eliminazione di automatismi preclusivi 

Il prevedibile prende forma e si avvera. Dopo i pareri contrari delle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, il Consiglio dei Ministri emana lo schema di decreto sulla Riforma dell’Ordinamento Penitenziario che consta di soli 12 articoli, con una Relazione Illustrativa ed una Tecnica che chiariscono le scelte fatte. 
Si legge nelle Relazioni Ufficiali – che in forma bizzarra contengono anche molte parti barrate – che si è tenuto “…conto della volontà politica, sopravvenuta alla trasmissione del testo per la seconda lettura alle Camere …” e, pertanto, si è esercitata la delega solo per quanto previsto dal comma 85 della L.103/2017, alle lettere a) semplificazione delle procedure; d) osservazione scientifica della personalità della persona da condurre in libertà; i) disciplina dei collegamenti audiovisivi; l) riordino medicina penitenziaria e potenziamento dell’assistenza psichiatrica; m) esclusione del sanitario dal consiglio di disciplina; o) integrazione delle persone detenute straniere; r) responsabilizzazione dei detenuti; t) bisogni e diritti delle donne detenute; u) revisione del sistema delle pene accessorie.
Restano senza alcuno sbocco normativo le lettere: b) revisione delle modalità e dei presupposti di accesso alle misure alternative; c) revisione della disciplina concernente le procedure di accesso alle misure alternative; e) eliminazione di automatismi e preclusioni che impediscono o ritardano l’individualizzazione del trattamento; f) previsione di attività di giustizia riparativa; g) incremento delle opportunità di lavoro retribuito sia intramurario che esterno; h) previsione di una maggiore valorizzazione del volontariato; n) riconoscimento del diritto all’affettività delle persone detenute; p) adeguamento delle norme dell’ordinamento penitenziario alle esigenze educative dei detenuti minori; q) attuazione del principio della riserva di codice nella materia penale; s) revisione delle norme vigenti in materia di misure alternative alla detenzione al fine di assicurare la tutela del rapporto tra detenute e figli minori; v) revisione delle attuali previsioni in materia di libertà di culto e dei diritti ad essa connessi.
L’Unione Camere Penali, con il proprio Osservatorio Carcere, denuncia che la montagna, con responsabilità politiche trasversali, ha partorito un topolino. Il precedente Governo avrebbe avuto tutto il tempo di approvare quella Riforma che dal 2013 non solo l’Europa ci ha chiesto, ma che era necessaria ed urgente. L’attuale non ha tenuto conto di gran parte del lavoro svolto in cinque anni da oltre duecento persone addette ai lavori, motivate esclusivamente dall’aspirazione di consentire all’Esecuzione Penale di rispettare i principi costituzionali, i trattati internazionali, gli studi e le statistiche di settore.
Lo schema di decreto licenziato, inoltre, pur nella timida e parziale adesione alla Delega necessita comunque di una concezione culturale diversa della “persona detenuta”, tradita dalla volontà politica di non voler modificare un’impostazione carcerocentrica in netto contrasto con la responsabilizzazione e la rieducazione del ristretto. 
Il topolino, pertanto, nasce privo di anticorpi e se non vi sarà questa “rivoluzione culturale” (a cui spesso ha fatto riferimento il precedente Ministro della Giustizia, senza tentare di attuarla) è destinato a morire. 
L’Osservatorio Carcere dell’Unione Camere Penali Italiane, circa quattro anni fa, ha aggiunto ai suoi obiettivi principali quello di “avvicinare l’opinione pubblica alle problematiche relative alla detenzione, per una grande sfida culturale di modifica del concetto di esecuzione della pena” e ha proposto al Ministero della Giustizia una campagna pubblicitaria istituzionale per educare i cittadini a conoscere la Costituzione e l’Ordinamento Penitenziario. Dopo inutili riunioni nulla fu fatto ed oggi certamente è troppo tardi.
Il buio totale sulla detenzione in Italia è molto vicino. I suicidi aumentano. Un detenuto di 21 anni si è impiccato, lo scorso 30 luglio, pur avendo un fine pena il prossimo 9 settembre. Le Camere di Consiglio per gli appelli al Tribunale per il Riesame di persone detenute, pur se il Codice prevede che la decisione debba essere presa entro 20 giorni, vengono fissate in alcune Corti di Appello dopo mesi, per l’eccesso di procedimenti. Il termine non è perentorio ed allora che importa valutare subito se un individuo è privato della libertà con un provvedimento che potrebbe essere modificato?
In questa penombra, l’Unione Camere Penali continuerà ostinatamente a lottare perché la Giustizia in Italia non continui ad essere un azzardo che “nuoce gravemente alla salute”.
 
Roma, 3 agosto 2018
 
La Giunta
 
L’Osservatorio Carcere UCPI