04/06/2018
L’appello del Presidente Migliucci per Alessandro Barbano.

L’appello del Presidente Migliucci per Alessandro Barbano, pubblicato oggi su Il Tempo.

Non manchi Barbano alle voci di intellettuali sul futuro del Paese
di Beniamino Migliucci

 

Caro direttore, ha ragione Alessandro Barbano da giornalista coraggioso e da acuto intellettuale qual è quando scrive nel suo editoriale di commiato dalla direzione del Mattino che «la crisi del Paese è andata sempre più coincidendo con la crisi del suo racconto». Si tratta di una coincidenza di parole e di cose che le cose lentamente stravolge intaccando, come si trattasse di geni modificati, l'intero apparato immunitario del Paese. Fatto di quell'insieme di cultura e di esperienza, di storia e di ragione che dovrebbe costituire la lingua comune, sobria, paziente e tollerante, di ogni comunità matura. Barbano, direttore coraggioso e controcorrente come te, lascia il Mattino che ha diretto per tanti anni con intelligenza, difendendo con forza e con determinazione, spesso controcorrente, le virtù di un pensiero che non ama le scorciatoie del senso comune, né l'alveo accomodante del conformismo, né quello rassicurante del pensiero unico. Un compito niente affatto facile perché è ovvio che di fronte alla complessità multilivello che l'esperienza sovranazionale dei diritti e della tecnica ci dischiude, si sia tentati dall'intraprendere la via che non è quella della «semplificazione» delle idee, ma della banalizzazione dei concetti e della mortificazione della politica. La scorciatoia di un «sapere» tanto viscerale quanto immediato, fatto di parole d'ordine e di slogan, di pacchetti «tutto compreso» che saltano a piè pari la noia dei ragionamenti e dei confronti dialettici. Sarebbe utile, in fondo, per poter spianare la strada al futuro, se non fosse che così facendo, frastornati da quella che Alessandro Barbano efficacemente ha definito la «babele di parole irrilevanti», rischiamo di disperdere e di polverizzare quell'ultimo nucleo di principi e di valori sui quali si fonda la libertà di tutti. In una democrazia liberale gli elettori scelgono giustamente dove andare e saggiamente, in uno stato di diritto costituzionale, principi, diritti e garanzie sono la bussola che impedisce di perdersi in quel viaggio. Ecco perché la sua voce non potrà mancare nel dibattito che si apre sulle nuove realtà assieme a quella di tutti gli intellettuali e i giornalisti, che come nella tua testata si sono fatti e si fanno portatori con tenacia e con coraggio di tutte le verità scomode (dalla necessità della separazione delle carriere al contrasto alla politicizzazione della magistratura) che i penalisti italiani hanno posto al centro della loro azione associativa, spesso minoritaria, ma mai elitaria. Ricordando che il «populismo penale» è il grande albero malato dal quale pendono i frutti avvelenati di una collettività tanto rancorosa e feroce, quanto spaventata ed incerta, incapace di coltivare i valori fondanti del garantismo, della pari dignità della persona e della presunzione d'innocenza. Rammentando che il processo penale non è il luogo dove si attua una «corsa al riarmo» fra crimine e repressione, ma il luogo dell'accertamento delle responsabilità del singolo, e per questo presidiato dalle garanzie e dai diritti inviolabili che spettano ad ogni cittadino. Che, infine, la separazione dei poteri e il principio di legalità non sono affatto «vezzi illuministi» o «idoli» del passato, ma i fondamenti della nostra stessa modernità, i presupposti stessi che ci fanno convinti di poter affrontare tutte le sfide che la globalizzazione del diritto e dell'economia, delle comunicazioni e delle tecnologie, e l'incerto mondo di domani che esse producono, ci lanciano quotidianamente.