22/04/2018
Processo ""trattativa": l'editoriale del Segretario Petrelli

L'editoriale del Segretario Francesco Petrelli, pubblicato oggi su Il Tempo.

La "trattativa" Stato mafia è ora una sentenza (e ne leggeremo dunque le motivazioni) ma, messo da parte il consueto rispetto per gli autori, visto l'esito piuttosto sorprendente del lunghissimo dibattimento, ha ancora più senso chiedersi di che cosa davvero si sia trattato. E di porsi qualche domanda sul contesto nel quale questa decisione viene a cadere. Se si trattasse di un libro di storia sarebbe facile spiegarne il senso: cercare di far luce nei meandri dei rapporti fra i poteri dello Stato, svelare depistaggi e ricostruire le storie di uomini politici minacciati, possibili rapporti fra condizionamenti mafiosi e ragion di stato, fra stragismo mafioso e possibile modulazione delle risposte repressive. Poiché tuttavia si tratta di un processo penale le cose non sono così semplici e il suo stesso "titolo" andrebbe spiegato al pubblico. Come ci ha ricordato già qualche anno fa Giovanni Fiandaca, il reato di "trattativa" non esiste. Esiste invece quello di "minaccia a un Corpo politico" dello Stato. Ma mentre una trattativa si fa in due, nel caso di minaccia vi sono da una parte l'autore del reato e dall'altra la vittima: il minacciato. Rimasto indimostrato il livello politico che avrebbe dovuto dare un senso all'idea stessa della trattativa, come fonte e strumento di minaccia per lo Stato, restano le minacce e i minacciati, i ricattatori e i ricattati. Restano dunque i segmenti sconnessi ed incomprensibili composti dalle vicende degli alti gradi dell'Arma, cui si attribuisce il merito di straordinari successi nella lotta alla mafia, ma che si sarebbero resi responsabili di ricevere e di comunicare quel ricatto. Nessuna delle caselle che le molteplici iniziative giudiziarie hanno prodotto, fra stralci e assoluzioni, si tengono tuttavia ragionevolmente assieme. E resta invece sullo sfondo la stagione terribile e oscura dello stragismo mafioso, una stagione che la storia e la politica, e non un processo penale, avrebbero dovuto indagare. Rimane certamente l'angoscia di vicende e di scenari politici che l'azione giudiziaria ha evidentemente evitato di storicizzare, di scelte drammatiche nelle quali la ragion di stato si incrocia e si sovrappone alla responsabilità civile e morale dei singoli, in contesti che dunque lo strumento del diritto penale non può neppure attingere. Ma ci è ancora altro al di là di questo attrito e di questo disagio profondo che istintivamente si prova nel vedere lo strumento giudiziario farsi strada con i suoi strumenti inadeguati in questi spazi angusti e difficili, nei quali anche il bisturi dell'analista sospende ogni giudizio. Vi è anche in questo caso la necessità di spostare lo sguardo oltre i confini, per quanto ampi, dell'accertamento giudiziario e di guardarne le connessioni con il mondo che lo circonda. Non sfugge, infatti, come il processo abbia dato luogo a presenzialismi politici di notevole spessore fra i rappresentanti dell'accusa e prodotto non irrilevanti moti di consenso, capaci di condizionare gli sviluppi della politica in questa delicata fase di ricerca di nuovi equilibri. Guardando a questo processo al di là dei confini dell'accertamento dei fatti, vediamo come intorno alla sua annosa vicenda si sia andato stringendo un nuovo nodo di quel fatidico intreccio fra politica e magistratura che in questo Paese nessuno è stato sinora capace di sciogliere. E che le nuove forze politiche emergenti sembrano al contrario intenzionate a moltiplicare ed a radicare. Il danno che ne deriva non è solo quello che discende dal consueto sovrapporsi delle figure del politico e del magistrato e della conseguente possibile perdita di una immagine di indipendenza e di imparzialità. Il danno più grave per la nostra intera vicenda democratica sta proprio nel consolidarsi nelle stesse viscere del Paese dell'idea che in fondo la storia, e dunque la verità, è solo quella che si scrive nelle aule, è quella che le indagini dei pubblici ministeri ricostruiscono e svelano. Che i cambiamenti sociali e le riforme non sono il frutto del governo della politica e che non è la politica a dettare le tavole dei valori morali, ma sempre e soltanto la magistratura. Ed è proprio per questo motivo che non è affatto vero, come qualcuno si è affrettato a proclamare, che con questa sentenza si chiude definitivamente la seconda Repubblica. Nel momento stesso in cui si afferma, infatti, che sono le decisioni dei giudici a segnare i tempi della politica, a chiuderne ed aprirne nuove fasi, significa che in quel modo distorto di intendere la democrazia siamo ancora dentro del tutto.