14/12/2017
Principio di legalitą e requisiti di prevedibilitą, determinatezza e irretroattivitą: commento alla sentenza della CGUE C-42/17 del 5 dicembre2017 (c.d. 'Taricco-bis')

La Corte di Giustizia UE re-interpreta l’obbligo di disapplicazione delle disposizioni interne sulla prescrizione: la disapplicazione non potrà operare se lede il principio di legalità dei reati e delle pene e dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato. Si ringrazia per la stesura del documento Claudio Avesani, componente dell’Osservatorio Europa e l’Avv. Stella Romano

 

Principio di legalità e requisiti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività: commento alla sentenza della CGUE C-42/17 del 5 dicembre2017 (c.d. “Taricco-bis”)

 

Con sentenza del 5 dicembre 2017 in causa C-42/17 la Grande Sezione della Corte di Giustizia dell’Unione europea ha dato risposta alla richiesta di pronuncia pregiudiziale, proposta dalla nostra Corte costituzionale, ai sensi dell’art. 267 TFUE, con ordinanza n. 24/2017, e ha stabilito che:

“L’articolo 325, paragrafi 1 e 2, TFUE dev’essere interpretato nel senso che esso impone al giudice nazionale di disapplicare, nell’ambito di un procedimento penale riguardante reati in materia di imposta sul valore aggiunto, disposizioni interne sulla prescrizione, rientranti nel diritto sostanziale nazionale, che ostino all’inflizione di sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione europea o che prevedano, per i casi di frode grave che ledono tali interessi, termini di prescrizione più brevi di quelli previsti per i casi che ledono gli interessi finanziari dello Stato membro interessato, a meno che una disapplicazione siffatta comporti una violazione del principio di legalità dei reati e delle pene a causa dell’insufficiente determinatezza della legge applicabile, o dell’applicazione retroattiva di una normativa che impone un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento della commissione del reato.”

Nella citata ordinanza di rinvio n. 24/2017 il Giudice delle Leggi riaffermava con forza il principio di legalità scaturente dall’art. 25, 2° comma, Cost., che esige che le norme penali siano determinate e non retroattive; principio al quale è soggetto anche il regime legale della prescrizione, e che assurge a controlimite dell’ordinamento dinnanzi all’obbligo, per il giudice nazionale, enunciato dalla CGUE nella sentenza “Taricco”, di non applicare, nell’ambito di un procedimento penale per frodi in materia di IVA, quindi lesive degli interessi finanziari dell’Unione, le disposizioni interne sulla prescrizione che ostino all’inflizione di sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave.

La Consulta dubitava che l’interessato potesse sapere, al momento della commissione del fatto, che il diritto dell’Unione impone al giudice nazionale, in presenza di determinati presupposti, di disapplicare le disposizioni del codice penale in tema di prescrizione, e rilevava inoltre come la sentenza Taricco non precisi adeguatamente gli elementi da valutare per riscontrare il «numero considerevole di casi di frode grave» cui è legata la disapplicazione in parola.

Secondo la Consulta l’esigenza dell’innalzamento di detto controlimite derivava dal fatto che “la Costituzione italiana conferisce al principio di legalità penale un oggetto più ampio di quello riconosciuto dalle fonti europee, perché non è limitato alla descrizione del fatto di reato e alla pena, ma include ogni profilo sostanziale concernente la punibilità” e che esso, offrendo un livello di protezione più elevato rispetto a quello riconosciuto dall’art. 49 della Carta di Nizza e dall’art. 7 della Convenzione EDU, è quindi salvaguardato dallo stesso diritto dell’Unione, ai sensi dell’art. 53 della Carta; nella stessa “Taricco”, osserva la Corte Costituzionale, si affermava che la disapplicazione avrebbe dovuto essere disposta previa verifica, da parte del giudice nazionale, del rispetto dei diritti fondamentali degli imputati.

La Corte di Giustizia accoglie nella sentenza in esame una concezione sostanziale di legalità penale, e riconosce che, qualora il giudice nazionale ritenga che l’obbligo di non applicare le disposizioni in materia di prescrizione contrasti con detto principio, egli non sarebbe tenuto a conformarvisi, neppure se la disapplicazione consentisse di rimediare ad una situazione nazionale incompatibile con l’esigenza di effettività della tutela degli interessi finanziari dell’Unione.

Secondo la CGUE infatti i requisiti di prevedibilità, determinatezza e irretroattività inerenti al principio di legalità attengono, nell’ordinamento italiano, anche al regime di prescrizione dei reati.

Ne deriva, in primo luogo, che spetta al giudice nazionale verificare se la condizione, richiesta dalla sentenza Taricco, secondo cui le disposizioni italiane in tema di prescrizione impediscono di infliggere sanzioni penali effettive e dissuasive in un numero considerevole di casi di frode grave sia causa di incertezza quanto alla individuazione del regime di prescrizione applicabile, in contrasto quindi con il principio di determinatezza della legge applicabile.

Inoltre il requisito dell’irretroattività osta a che, per reati in materia di IVA commessi prima della pronuncia della sentenza “Taricco”, il giudice nazionale disapplichi le disposizioni del codice penale in questione, poiché agli imputati potrebbero in tal modo essere inflitte sanzioni alle quali, con ogni probabilità, sarebbero invece sfuggiti, con conseguente assoggettamento a un regime di punibilità più severo di quello vigente al momento del fatto.

Poiché alla data dei fatti di cui al procedimento principale, il regime della prescrizione applicabile ai reati in materia di IVA non era stato ancora armonizzato da parte del legislatore dell’Unione[1], il legislatore nazionale era in allora libero di prevedere che anche detto regime ricadesse nel diritto penale sostanziale e fosse quindi soggetto al principio di legalità dei reati e delle pene.

La Corte di Giustizia individua cosi un limite alla disapplicazione, alla cui concreta attuazione sono chiamati i giudici comuni.

Se all’interprete è, per quanto sin qui argomentato, consentito derogare all’obbligo di disapplicazione delle norme in materia di prescrizione, la Corte di giustizia precisa tuttavia che spetta al legislatore nazionale disciplinare la prescrizione in modo da ottemperare agli obblighi derivanti dall’articolo 325 TFUE, garantendo che il regime nazionale di prescrizione in materia penale non conduca all’impunità in un numero considerevole di casi di frode grave in materia di IVA, e che non differenzi la tutela tra i casi di frode lesivi degli interessi finanziari dello Stato membro e a quelli che ledono gli interessi finanziari dell’Unione.

La Corte ribadisce poi, anche sulla base della giurisprudenza relativa all’interpretazione dell’art. 7 Cedu che “il fatto che un legislatore nazionale proroghi un termine di prescrizione con applicazione immediata, anche con riferimento a fatti addebitati che non sono ancora prescritti, non lede, in linea generale, il principio di legalità dei reati e delle pene” (§42).

In definitiva gli attriti scaturiti dal dialogo tra le Corti si ricompongono qui in un dispositivo che affida al giudice comune il potere di disapplicazione e dunque di valutazione “diffusa” della conformità della disciplina interna alla fonte europea cristallizzata nell’art. 325, par. 1 e 2 TFUE, nel rispetto però del (contro)limite della legalità sostanziale nazionale.

Roma, 14 dicembre 2017

L'Osservatorio Europa 

                                                                                       

[1] armonizzazione avvenuta, in modo parziale, solo con l’adozione della direttiva (UE) 2017/1371 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 luglio 2017, relativa alla lotta contro la frode che lede gli interessi finanziari dell’Unione mediante il diritto penale. Cfr. in particolare l’art. 12.