04/12/2017
Procedibilitą a querela dei reati sessuali, distorsioni mediatiche dell’informazione e diritto penale elettorale.

Oggi impera la regola della legiferazione “casistico elettoralistica”. Basta un fatto di cronaca che qualcuno definisca “inaccettabile”, se non “scandaloso”, enfatizzato dai media ed inizia la tenzone a chi è più convincente nel promettere drastici rimedi.  Vogliamo tornare alla perseguibilità d’ufficio coerente solo con una impostazione pubblicistica della tutela? Sarebbe davvero paradossale che, dopo avere visto riconosciuto il principio che gli abusi sessuali, senza distinzione tra “violenza carnale” e “atti di libidine”, violano un diritto delle donne alla autodeterminazione in relazione alla propria vita ed alla propria sessualità; le stesse donne non si vedrebbero più riconosciuto questo medesimo diritto al momento di decidere se affrontare o no un processo penale. Si incrementino piuttosto, con tutte le cautele e le garanzie del caso, le iniziative di sostegno a favore delle persone che si ritengono vittime di abusi sessuali in modo che non siano lasciate sole in una decisione così delicata, che non potrà che essere tuttavia sempre e comunque una decisione libera e consapevole della vittima.  La nota della giunta

Non v’è dubbio che il problema della perseguibilità d’ufficio o a querela di parte costituisca uno dei nodi “più scabrosi e controversi del sistema di repressione dei reati sessuali”, come afferma nel suo diffusissimo manuale il Prof. Ferrando Mantovani. Tanto che proprio lo scioglimento di questo nodo fondamentale ha ritardato non poco l’approvazione della legge del 1996. La scelta è caduta sulla perseguibilità a querela non rimettibile e con termine doppio rispetto a quello ordinario (sei mesi invece di tre) proprio in considerazione della mutata oggettività giuridica del reato: da delitto contro la moralità pubblica ed il buon costume (coerentemente perseguibile d’ufficio) a delitto contro la persona, contro la libertà di autodeterminazione in ordine ai rapporti sessuali. Se ciò che conta è la libertà di autodeterminazione, la perseguibilità a querela rimane la scelta maggiormente coerente anche sotto il profilo politico criminale, salva la procedibilità d’ufficio per i fatti ritenuti di particolare gravità (commessi contro minori o con abuso di determinate relazioni tra soggetto attivo e vittima o se v’è connessione con reati procedibili d’ufficio). 

Ora, è recentemente accaduto che un soggetto indagato per violenza sessuale e stalking sia stato messo agli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico (uno dei pochi reperibili a prezzi degni di Bulgari), perché (?) la querela per violenza sessuale è stata presentata con un ritardo di tre mesi rispetto ai sei contemplati dalla norma. Apriti cielo: la stampa ha parlato di “scarcerazione” ( mentre quando qualche personaggio “mediaticamente interessante” viene messo ai domiciliari per i media viene “arrestato” ), sottolineando l’assurdità della situazione per cui un ritardo ( di tre mesi, non di un giorno) nella proposizione della querela comporti la “scarcerazione” e, in prospettiva, la conseguente non punibilità del fatto, la cui sussistenza, nonostante che  la costituzione proclami quel “fastidioso” principio, chiamato presunzione di innocenza, viene data per scontata. Si è detto che così lo Stato invece di tutelare la vittima, finisce per punirla. Immediata si è levata la voce di media e politica, Ministro Orlando in testa, seguito da aspiranti a future cariche politiche, ad invocare un allungamento e più precisamente un raddoppio dei termini di proposizione della querela, se non un ritorno alla perseguibilità d’ufficio.  Una gara di populismo a cui tutti corrono ad iscriversi, con un unico sicuro perdente: la razionalità delle iniziative di politica penale, ormai relegata ad aspirazione ideale di pochi, non di rado più o meno implicitamente accusati di essere collusi. E pensare che lo stesso Ministro ha voluto una riforma dove si prevede la “riserva di codice”. Evidentemente ignorando che non basta scriverla, bisogna anche comprenderne e praticarne lo spirito. E pensare che la riserva di legge in materia penale è stata inserita nella Costituzione proprio perché si voleva che le decisioni sulle norme penali fossero frutto di particolare attenzione e ponderazione, frutto di una dialettica tra maggioranza e minoranza. Oggi impera la regola della legiferazione “casistico elettoralistica”. Basta un fatto di cronaca che qualcuno definisca “inaccettabile”, se non “scandaloso”, enfatizzato dai media ed inizia la tenzone a chi è più convincente nel promettere drastici rimedi.

Siamo sicuri che l’allungamento (magari il raddoppio) dei termini di proposizione della querela elimini il problema? E cosa succederebbe se un giorno un presunta vittima presentasse in ritardo, magari anche solo di qualche giorno, una querela che doveva essere presentata entro un anno dal fatto? Si proporrà un nuovo raddoppio dei termini? E così via, sull’onda del singolo caso “clamoroso”? E come sarà possibile per l’indagato difendersi a così tanta distanza dal fatto, tema che si propone comunque in ragione della sostanziale imprescrittibilità di questi reati (termine ordinario, anni venti che in caso di vittime minori decorre dal raggiungimento della loro maggiore età)?

Sulla base di quali serie evidenze scientifiche si può calcolare il tempo “congruo” per consentire alla vittima di decidere se proporre querela o meno? Tanto più che – notoriamente – il termine decorre quando la vittima acquisisce la notizia certa che è stato commesso un reato a suo danno?

Vogliamo tornare alla perseguibilità d’ufficio coerente solo con una impostazione pubblicistica della tutela? Sarebbe davvero paradossale che, dopo avere visto riconosciuto il principio che gli abusi sessuali, senza distinzione tra “violenza carnale” e “atti di libidine”, violano un diritto delle donne alla autodeterminazione in relazione alla propria vita ed alla propria sessualità; le stesse donne non si vedrebbero più riconosciuto questo medesimo diritto al momento di decidere se affrontare o no un processo penale. Si incrementino piuttosto, con tutte le cautele e le garanzie del caso, le iniziative di sostegno a favore delle persone che si ritengono vittime di abusi sessuali in modo che non siano lasciate sole in una decisione così delicata, che non potrà che essere tuttavia sempre e comunque una decisione libera e consapevole della vittima.

Roma, 4 dicembre 2017

La Giunta

 

               

 

 

 

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