26/08/2017
Il furore che la politica non governa pił, dietro il linciaggio del gip di Reggio Emilia.

L'editoriale del Segretario Francesco Petrelli, pubblicato oggi su Il Dubbio.

Ci piacerebbe pensare che questa polemica emiliana di fine estate, costruita su di un caso giudiziario inesistente, sia dovuto ad un horror vacui della nostra vita politica, se non fosse che la ripetizione intermittente ma ossessiva di queste polemiche ci induce ad ipotizzare altre analisi meno contingenti. Da tempo, infatti, la politica ha perso la sua capacità di governare la realtà, di dare forma e contenuti ai processi di trasformazione sociale, di orientare il pensiero collettivo. Ha smarrito del tutto il suo compito principale e originario, quello, cioè, di elaborare scelte valoriali e strategie valutative: in altre parole, di indicare ai governati la strada da seguire. Le pulsioni emotive hanno preso il sopravvento e sembrano essere diventate l’unico strumento di conoscenza e di approccio ai problemi della società. Che un indagato confesso, in assenza di esigenze cautelari debba comunque restare in carcere è una ipotesi plausibile in un'ottica puramente autoritaria e retributiva. Se si sceglie, come ha fatto di recente il nostro legislatore, la via del minor sacrificio e del carcere come extrema ratio occorre tenere dritta la barra di questa scelta di campo fedele ai valori costituzionali. Assistiamo, al contrario, a continue oscillazioni di un inammissibile pendolo fra opzioni contrastanti ma prive di una razionale base valoriale: che si tratti di "svuotacarceri" o di "tolleranza zero", le scelte inseguono "brand" graditi al grande pubblico oppure fanno lo slalom fra le minacce di sanzioni dell'Europa, ma in nessun caso procedono con intelligenza globale, legiferando intorno ad un nucleo forte di principi, ad una qualche idea riconoscibile, persuasiva e condivisa di processo e di giustizia penale. È per questa ragione che forse non vale più neppure la pena di protestare di fronte a questo continuo ripetersi di scenari già visti, di richieste di intervento del CSM e degli Ispettori, di social scatenati, di invettive tweettate contro giudici che hanno magari applicato le norme dettate dal Parlamento. Con i penalisti sostanzialmente soli a difendere autonomia e indipendenza della magistratura e le regole di uno stato di diritto costituzionale. Ogni fine estate ha il suo pseudorapimento di bambini, il suo magistrato troppo buono, il suo crimine che resta impunito. Ne potremmo fare un intero zibaldone e prenderla con più leggerezza, se non fosse che questo diffuso malumore giudiziario, che ostinatamente e periodicamente attraversa la nostra società, può essere letto come sintomo di un crisi ben più profonda. Se non fosse il segno evidente di una politica del tutto inadeguata rispetto ad uno dei suoi compiti più banali, incapace cioè di fare i conti con le antichissime tensioni che governano i rapporti fra ghenos e polis, fra le pulsioni vendicatrici della collettività ferita dal crimine e le istanze di razionalizzazione che una società democratica evoluta impone. Una operazione di bilanciamento, questa, che implica conoscenza dei fenomeni, analisi dei costi e dei benefici, dislocazione delle dinamiche che governano il processo penale al riparo dallo sciocchezzaio opportunista che spesso lo cavalca. Ma si tratta di una operazione che nel nostro Paese nessuna forza politica ha mai avuto il coraggio di compiere, pensando incoscientemente che fosse più opportuno mantenere il processo in una posizione servente di "ostaggio" di interessi altri. Strumento populistico di consenso, arnese estemporaneo ed umorale con il quale insufflare risentimento e frustrazione cinicamente utile al governo di un pubblico elettorale. Notava Platone come fosse difficile individuare lo strumento proprio del "politico". Se era infatti facile dire quali fossero gli arnesi propri dell'agricoltore, del fabbro o del soldato, molto più difficile risultava individuare l'invisibile arnese della politica. Ecco. Pare che la nostra politica l'abbia invece trovato.

Francesco Petrelli