09/08/2017
Legge annuale per il mercato e la concorrenza e professione forense: l'Unione scrive al Presidente Mattarella.

L'Unione scrive al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, perché valuti di rinviare il provvedimento alle Camere affinché la delicata materia che la legge annuale per il mercato e la concorrenza si propone di regolare sia trattata in modo più adeguato e rispettoso dei nostri principi costituzionali, perché l’Avvocato, garante della lealtà dello Stato nei confronti del cittadino, non venga parificato ad un mercante che, secondo logiche di profitto e concorrenza, sia interessato ad assistere solo chi gli garantisca il maggior profitto. In allegato la lettera inviata.

Illustrissimo Signor Presidente,

l’Unione delle Camere Penali Italiane si rivolge a Lei affinché, nell’esercizio delle Sue prerogative costituzionali, voglia rinviare alle Camere per un più attento ed adeguato esame la Legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvata dal Senato il 2 agosto u.s.
La professione forense attraversa ormai da tempo un periodo di grave crisi, determinata anche dall’enorme aumento del numero degli iscritti all’albo verificatosi progressivamente a partire dagli anni ’90.
Come spesso accade, pochi numeri rendono l’evidenza della gravità della situazione molto più efficacemente di molte parole: nel 1984 gli avvocati iscritti all’albo erano poco più di 48 mila, nel 2016 sono giunti ad essere più di 316 mila.
La necessaria sintesi di questo appello impone di non diffondersi in un’analitica descrizione delle conseguenze negative di quest’aumento: diminuzione del livello medio di preparazione professionale e oggettive difficoltà economiche per molti professionisti, condizioni dalle quali può derivare la perdita dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Avvocato, che costituiscono la prima garanzia per l’assistito di una corretta tutela, anche sotto il profilo deontologico.
La nostra associazione, da sempre, non ha una visione statica della professione e condivide cambiamenti che vadano nel segno della qualificazione professionale del difensore attraverso la formazione continua e la specializzazione, soprattutto nell’interesse dei meno abbienti che hanno meno possibilità di affidarsi a una difesa fiduciaria.
Autonomia, indipendenza, preparazione, sono valori e garanzie su cui si fonda la funzione difensiva nell’interesse del cittadino che, in particolare in ambito penale, si trova da solo al cospetto della pretesa punitiva dello Stato, assistito unicamente dal proprio difensore.
Scriveva l’Avvocato Oreste Flamini Minuto: <>.
Non a caso la Parte I della Costituzione si apre con il Titolo dedicato ai Rapporti Civili ed è inaugurata dall’art. 13 che tutela la libertà personale, definita “inviolabile”, aggettivo che la Carta Costituzionale riserva, appunto, solo ai diritti di libertà e che definisce anche il diritto di difesa.
I diritti “inviolabili” non devono tollerare limitazioni, se non al cospetto di diritti contrapposti di pari rango.
Mercato e concorrenza regolano interessi economici che non possono mai far prevalere le loro logiche e le loro regole rispetto ai diritti “inviolabili” della libertà personale, pena il sovvertimento dei valori su cui si fonda il nostro patto sociale, così come delineato dalla Costituzione.
Con difficoltà si riesce, allora, ad accettare che le norme regolatrici degli assetti professionali siano inserite nella legge annuale che regola il mercato e la concorrenza.
Con altrettanta difficoltà si riesce a comprendere come il Legislatore, al cospetto di una funzione così importante per la tutela dei diritti, si prefigga il “fine di garantire maggiore concorrenzialità nell’ambito della professione forense”, anziché quello di assicurare che la difesa sia effettiva, tecnicamente adeguata e non condizionata da interessi di carattere economico.
L’Unione ha già lamentato il mancato esercizio della delega contenuta nella legge professionale, che nel regolare le società tra avvocati prevedeva espressamente che solo gli iscritti all’Albo potessero assumere la qualità di soci. Forse proprio tale limitazione aveva determinato il Governo al mancato esercizio della delega.
Nel 2016 l’Unione delle Camere Penali, in occasione di un incontro col Ministro della Giustizia, aveva ribadito la propria opposizione alla presenza di un socio di capitali all’interno delle associazioni professionali, anche in condizioni minoritarie, perché tale presenza può finire col condizionare le scelte professionali dei singoli professionisti e questo non solo in contesti ambientali nei quali può essere più forte l’inquinamento economico della criminalità organizzata, ma anche in quelle situazioni nelle quali forti poteri economici decidano di investire in settori professionali di notevole rilievo sociale (responsabilità medica, reati ambientali, reati economici…).
Appare del tutto evidente che l’assetto delineato con la legge da poco approvata in Senato, consentendo l’ingresso di capitali ”di rischio” di proprietà di soggetti estranei alla professione forense, lungi dal garantire vantaggi per gli assistiti ed in particolare per i meno abbienti, favorirebbe esclusivamente  gli interessi di chi intende “fare impresa” nel settore legale, introducendo logiche di mero profitto del tutto inconciliabili con i principi che devono ispirare l’esercizio della professione forense.
Per tali ragioni è auspicabile che Ella voglia rinviare il provvedimento alle Camere affinché la delicata materia che lo stesso si propone di regolare sia trattata in modo più adeguato e rispettoso dei nostri principi costituzionali, perché l’Avvocato, garante della lealtà dello Stato nei confronti del cittadino, non venga parificato ad un mercante che, secondo logiche di profitto e concorrenza, sia interessato ad assistere solo chi gli garantisca il maggior profitto.

Con ossequio.

Beniamino Migliucci