24/02/2017
Nomofilachia eugenetica e sfavor impugnationis

La sentenza delle Sezioni Unite sull’inammissibilità delle impugnazioni costituisce un vero e proprio attentato al diritto dell’imputato di appellare le sentenze che ritenga a lui sfavorevoli, e certifica che oramai i Giudici sono i “veri” legislatori. Non rimane che rivolgere un appello a tutti gli avvocati penalisti, ed in particolare a quelli  iscritti alle  Camere Penali, affinché si adoperino per far sì che questa sentenza non  divenga “diritto vivente” (che equivale, come qualcuno dice,  a legalità morente). Se queste sono le “prove di dialogo”, con la parte più illuminata della magistratura, c’è davvero poco da stare allegri.

La sentenza delle Sezioni Unite del 27 ottobre 2016, n. 8825/2017 pubblicata il 22.02.2017, costituisce un vero e proprio attentato al diritto dell’imputato di appellare le sentenze che ritenga a lui sfavorevoli. Il  quesito, risolto dalle Sezioni Unite su sollecitazione del Primo Presidente, è quello volto a stabilire “ se e a quali condizioni e limiti il difetto di specificità dei motivi di appello comporti la inammissibilità dell’impugnazione”; “uno dei più delicati snodi dell’intero sistema processuale”, come la stessa sentenza mette in evidenza. Ma quale migliore occasione per anticipare per via giudiziaria (e non è certo la prima volta che accade) una riforma, sostenuta da sempre dal Primo Presidente della Cassazione, che la politica tarda a varare e che incontra la fiera avversione dell’Avvocatura penale? In fondo non sono oramai i Giudici i “veri” legislatori? Dovendo scegliere tra due fondamentali orientamenti giurisprudenziali, l’uno ispirato al favor impugnationis, l’altro al contrario principio della “selezione a monte” dell’impugnazione, nel discutibile presupposto di una omogeneità (ai fini del giudizio di ammissibilità) tra appello e ricorso per cassazione, le Sezioni Unite, certo alla fine di una dotta e ben documentata disquisizione, privilegiano il secondo. Insomma privilegiano palesemente le istanze deflattive del carico processuale (che diamine, ci sono troppi appelli!) a scapito del diritto dell’imputato a vedere rivalutata nel merito la sua posizione processuale da un Giudice di grado superiore (nel caso di specie l’imputato lamentava un troppo severo trattamento sanzionatorio, con un richiamo alle circostanze del fatto senza ulteriori specificazioni). I Giudici della Suprema Corte certo evocano anche il diritto al doppio giudizio di merito sancito dall’art. 2, prot. 7 CEDU, ma ne sviliscono il significato adducendo che è la stessa norma a rinviare ad una regolamentazione legislativa. Dimenticano però che tale regolamentazione non può mortificare il diritto all’impugnazione, che egli Stati membri devono rispettare. Non solo, ma alla radice della decisione vi è una configurazione del giudizio di appello come un processo essenzialmente “censorio”, volto, non a riesaminare ex novo sia i profili di merito, sia quelli di legittimità, ma a valutare la correttezza della decisione di primo grado. I Giudici dell’Appello, in definitiva, si dovrebbero limitare a leggere la sentenza di primo grado e l’atto d’appello, la cui ammissibilità andrebbe valutata scrutinandone la specificità delle censure rivolte alla sentenza dei primi Giudici. Ma allora, che secondo grado di merito è? Tanto per non parlare di Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo! Risulta altresì indebito e fuorviante il richiamo operato dalla decisione nella parte in cui viene citata un’altra sentenza delle Sezioni Unite (Ricci), affermando che “esistono all’interno dell’ordinamento fondamentali esigenze di funzionalità e di efficienza del processo, che devono garantire (…) l’effettivo esercizio della giurisdizione e che non possono soccombere di fronte ad un uso non corretto, spesso strumentale e pretestuoso, dell’impugnazione”. Non può difatti accettarsi che vengano bilanciati due interessi tanto difformi, quello di garantire il sistema processuale a fronte di eventuali distorsioni patologiche (delle quali asseritamente si occupava quella sentenza), con quello della esatta delimitazione della specificità intrinseca dei motivi, posti a fondamento dell’atto di impugnazione, e della susseguente corretta determinazione dei suoi effetti devolutivi, in quanto evocando tale sfondo patologico si finisce con il conferire alla meno garantista interpretazione della norma una inammissibile funzione di rimedio alla “pretestuosità”  e non alla “a-specificità” dei motivi, ed un’altrettanto pericolosa finalità deflattiva che costituisce uno “scopo” estraneo alla ratio della norma oggetto della indagine ermeneutica. La sentenza è dunque un vero e proprio attentato al diritto di impugnazione funzionale alla rivalutazione dei profili di merito (e di legittimità) del caso già deciso in senso sfavorevole all’imputato. Quel che poi risulta veramente inaccettabile è che la sentenza, indubbiamente frutto di una valutazione  di politica giudiziaria “efficientistica”, adduca di fondarsi “su solide basi letterali [udite, udite] e sistematiche”. La lettera della legge, quotidianamente vilipesa, anche culturalmente, nella prassi giudiziaria, in questo caso invece costituisce un pilastro della decisione. Fra gli argomenti citati, poi, compare anche il richiamo ad una sentenza della CEDU che si ritiene pertinente, pur riguardando (e se ne dà atto) il processo civile.

Richiamo, quest’ultimo, estremamente significativo. Possibili che i migliori Giudici della Cassazione non colgano le profonde differenze tra processo civile e processo penale? Possibile che non colgano che sono chiamati a regolamentare fenomeni sociali eterogenei? Dovrebbe essere chiaro che il processo penale incide sulla viva carne della persona, sui suoi diritti fondamentali, e le su regole vanno forgiate e applicate tenendo in  primaria considerazione questo dato di fondo, quando si va alla ricerca di equilibri con altre esigenze (l’efficienza?) pur meritevoli di attenzione. L’essere umano coinvolto nella vicenda processuale penale, dunque, al di fuori dei casi di impugnazione che non  presenti nemmeno il minimo di requisiti necessario ad “attivare” una “rivisitazione“, anche nel merito, del suo “caso “, non può vedersi in via preliminare sbarrata la strada in nome di un  rigido efficientismo deflattivo. Quello ad un secondo giudizio di merito  deve essere considerato un dei diritti inalienabile della persona, tanto più se si considera l’attuale qualità del giudizio di primo grado (le statistiche parlano chiaro, la quotidiana prassi applicativa che tutti gli avvocati italiani, e speriamo solo quelli italiani, conoscono  parla ancor più chiaro). Dateci un vero giusto processo di primo grado, un vero contraddittorio di fronte ad un Giudice davvero terzo ed imparziale (appartenente cioè ad una organizzazione di ordinamento giudiziario separata e diversa da quelle del pubblico ministero), un pieno diritto alla prova e forse gli appelli diminuiranno. Rebus sic stantibus non rimane che rivolgere un appello a tutti gli avvocati penalisti, ed in particolare a quelli  iscritti alle  Camere Penali, affinché si adoperino per far sì che questa sentenza non  divenga “diritto vivente” (che equivale, come qualcuno dice, a legalità morente). Se queste sono le “prove di dialogo”, con la parte più illuminata della magistratura, c’è davvero poco da stare allegri.

Roma, 24 febbraio 2017

La Giunta