LA STORIA DELL'UNIONE DELLE CAMERE PENALI ITALIANE
La storia dell'Unione delle Camere Penali Italiane non può ridursi ad un'elencazione cronologica di avvenimenti, pure assai rilevanti.
Essa, piuttosto deve leggersi in parallelo con quella del processo penale, e - se si vuole - dei nostri diritti civili: in molti passaggi, l'una si sovrappone decisamente all'altra.
La stessa necessità di costituire un'associazione che coagulasse non solo avvocati, professionisti già tradizionalmente infestati dal virus dell'individualismo, ma per giunta avvocati penalisti, che nell'estro di un'attività magica e affascinante hanno da sempre percorso in caparbia solitudine il loro cammino, scaturì proprio dalla sgradevole e mesta constatazione dell'urgente necessità di picchettare la legalità.
I nostri diritti, e dunque i diritti dei nostri difesi, erano infatti, e - seppure in una realtà forense di gran lunga meno supina - sono ancora, oggetto di intollerabili aggressioni.
Eppure, non si poteva immaginare quanto e quale impegno sarebbe stato richiesto alla neonata associazione, nè - per altro verso - quali risultati si sarebbero raggiunti.
Non poche fatiche attendevano i colleghi che si assunsero l'onere di aprire la strada, ora percorsa da seimila e cinquecento avvocati appartenenti a più di cento Camere Penali.
Prima difficoltà tra tante, oltre che insidia cronica di ogni associazione forense, fu probabilmente proprio l'individualismo ora fiero ora esasperato, dell'avvocatura.
Ancora nel 1992, concludendo il suo intervento al congresso ordinario di Brucoli (Siracusa), Giuseppe Frigo, che sarebbe lì divenuto Vicepresidente dell'Unione con la Presidenza di Vittorio Chiusano, sentiva il bisogno di avvertire l'assemblea con parole di questo tipo: "Un avvocato è un lupo solitario, abituato a vivere orgogliosamente nelle intemperie.
Ma di solitudine si può anche morire!" Sotto l'aspetto normativo, a fronte di un pericolo scampato, lo sappiamo bene, ne sono sorti e ancora ne sorgono altri, magari maggiori; il furore giudiziario assume ciclicamente caratteristiche epidemiche nel nostro Paese, in cui è sempre facile accendere l'opinione pubblica, oggi abituata a riporre nel furore giudiziario utopistiche aspettative di palingenesi sociali.
E la cronaca delle nostre battaglie si è così tramutata in una storia infinita.
Possono qui indicarsi alcune tra le tappe fondamentali di una marcia, inarrestabile ed entusiasmante quanto aspra e impervio, insolitamente comune a tutti i penalisti; e possono segnalarsi le prestigiose vittorie che - in condizioni spesso disperate sono state registrate.
L'Unione rappresenta per tutti i penalisti, ma anche per l'avvocatura italiana, la voce chiara e forte della volontà - ancora fragorosamente presente anche nel nostro sbrindellato contesto ~ di costruire qualcosa che vale, ovvero, più realisticamente, di porre un argine intemerato alla singolare inondazione di principi liberticidi.
Nei primi anni ottanta, Gabriella Niccolai, all'epoca Presidente della camera penale di Roma, si fece carico di individuare quali altre associazioni di penalisti, non ancora coordinate tra di loro, vi fossero in Italia.
Il sondaggio fu fatto interpellando al proposito tutti gli ordini forensi.
Ciò consentì un primo approccio tra tutte le camere penali, non più di dieci, che solo in parte erano in contatto tra di loro.
Prima del parto naturale dell'Unione delle Camere Penali Italiane, ossia durante la lunga gestazione, alcune storiche camere penali, non più di dieci, operavano di già, in situazioni sicuramente pioneristiche, ma con la grinta e l'abnegazione di tanti, valorosi colleghi.
Si fece una riunione preliminare nella capitale.
Si confrontarono gli scopi dei singoli statuti, se ne rinvenne lo stesso affiato.
E si decise di unire le varie associazioni, immaginando una federazione che mantenesse un coordinamento stabile, e nel contempo le rappresentasse all'esterno, conferendo la forza dell'unione alle loro civilissime istanze.
Con la collaborazione di Rita Dedola (che conserva diligentemente il prezioso archivio di Aldo Marongiu) e di altri generosi Colleghi, in base anche ai documenti delle cui copie sono venuto in possesso, ho rilevato che la data di nascita ufficiale dell'Unione coincide con il primo congresso nazionale, svoltosi a Napoli, Castel dell'Ovo, nei giorni I - 2 e 3 luglio 1983.
Secondo uno scritto "d'epoca" di Enrico Baccino - Vicepresidente durante la Presidenza di Frino Restivo - tuttavia, il detto congresso "coagula lo stato nascente dell'Unione, che ha anticipato di numerosi lustri la nascita formale della stessa".
Seguono, da un canto, l'adesione di numerose Camere Penali (già quarantaquattro nella prima "legislatura, con la Presidenza di Pietro D'Ovidio); dall'altro, la tumultuosa e allarmata esperienza dei primi maxiprocessi.
Alcune importanti assemblee nazionali e qualche stimolante convegno di studi sottolinearono l'attenzione dei penalisti per le problematiche più scottanti.
Intanto, il secondo congresso nazionale, conclusosi a Bari il I' novembre 1987, rinsaldò definitivamente l'Unione, che visse proprio nel capoluogo pugliese un fondamentale momento associativo.
Al punto che, per l'importanza del dibattito, inaugurato da Franco Coppi e da Gustavo Pansini, e delle risoluzioni conseguenti, fu inteso come una feconda e strepitosa rifondazione.
Se a Napoli, come s'è detto, l'Unione nacque, solo ad Amalfi acquistò il crisma di una completa legalità: nel congresso straordinario del 1989, infatti, si diede il suo primo statuto, la cui elaborazione era iniziata sin dal congresso di Bari.
Erano i tempi in cui l'avvocatura penale ferveva in attesa dell'entrata in vigore di un nuovo rito, velleitariamente definito "accusatorio", che aveva alimentato le illusioni dei più ingenui tra di noi.
Sappiamo tutti, oramai, come i sogni fossero destinati ad essere presto cocentemente riscontrati da paurosi risvegli.
Nulla immaginando delle future involuzioni normative, delle storture giurisprudenziali, delle tante autentiche birichinate vestite di legalità, e del conseguente annientamento di ogni parvenza del rito accusatorio, reclamammo a gran voce il nuovo processo, già legge dello stato, che tuttavia "rischiava" di slittare e slittare, all'italiana.
La magistratura non lo voleva; noi lo ottenemmo, credendo di aver riportato una vittoria.
Lasciammo così, con ingenuo entusiasmo, il vecchio sistema inquisitorio, convinti di inaugurare un'era di solida civiltà giudiziaria.
Ben presto, constatammo tutti quello che per molti non era una novità: nemmeno una struttura processuale ben connotata poteva resistere alle "interpretazioni" giurisprudenziali.
Alcuni magistrati organizzati, pochi in verità, ma vigorosi grazie ad un'interessata alleanza con la stampa, furono sostenuti da agguerrite propaggini parlamentari.
Quindi, approfittando anche del silenzio perplesso o indignato dei loro colleghi, avevano finito col far prevalere nel processo penale il loro imperativo assoluto.
Il congresso ordinario di Rimini (28-4/1-5-90) consacrò un'imponente crescita anche numerica dell'Unione, da molti vista quale un raffinato soggetto politico, al quale mancavano soltanto gli istituti adeguati per operare efficacemente.
Fu compito degli organi direttivi la realizzazione di una razionale organizzazione interna.
A tutt'oggi, l'Unione non ha una sede stabile, non avendo ottenuto dalla pubblica amministrazione l'assegnazione nemmeno di un modesto locale, laddove diverse stanze sono state da tempo concesse, con ingiustificato ma non inspiegabile difformità di trattamento, per l'appunto all'Associazione Nazionale Magistrati, presso il "Palazzaccio" romano di Piazza Cavour.
Concludendo questo breve excursus, non può farsi a meno di dare notizia della sinceragratitudine degli iscritti nei confronti dei Presidenti dell'Unione che in questi tre lustri hannodedicato alla nostra associazione le loro energie e la loro prestigiosa professionalità: Pietro D'OVIDIO, Gustavo PANSINI, Frino RESTIVO, Vittorio CHIUSANO, Gaetano PECORELLA, quest'ultimo Presidente in carica dal settembre 1994.
Abbiamo fatto un cenno all'Unione com'era e alla struttura attuale, non celando qualche motivata speranza per il suo futuro.
Ieri, oggi, domani, a condimento di tutto, l'intramontabile, struggente, tenace vocazione per la legalità.
Ettore RANDAZZO